Investimenti postali: tutta la verità!

Dopo i fatti di cronaca che hanno coinvolto Banca Marche, Banca Etruria, Banca Carife, Banca CariChieti, eccetera, sono aumentate considerevomente le richieste di investimenti postali. I problemi finanziari di MPS (Monte dei paschi di Siena) e di Deutsche bank e ultimamente il caso delle banche venete di certo non hanno migliorato la situazione, né tanto meno l’aver varato il famigerato bail-in.

Volevo scrivere qualche articolo sulle varie banche entrate nella cronaca giudiziaria italiana, ma poi ho pensato di lasciar perdere onde evitare di aggiungermi alle centinaia di trasmissioni televisive che continuano a parlare dei problemi senza mai trovare una soluzione.

Siccome non voglio fare politica e voglio mantenermi il più neutrale possibile, e conscio di non poter risolvere da solo questi problemi, non ne parlerò. Parlerò invece di quello che può esserti sicuramente utile, al fine di evitarti spiacevoli conseguenze per le tue finanze personali.

Dicevo, appunto, che mi hanno chiesto molte volte di scrivere un articolo su gli investimenti postali.

1. Investire nei conti di deposito

Da non confondere con un conto corrente, il conto di deposito è un deposito di denaro remunerato che permette di effettuare solo prelievi e versamenti e quindi sono inibiti gli assegni, i prelievi con bancomat e con carta di credito.

Il conto di deposito è sempre associato a un conto corrente classico, compreso i conti correnti postali, da cui si muovono i capitali verso il conto di deposito stesso. I soldi vengono quindi vincolati per un periodo di tempo stabilito, in cambio di un interesse più elevato rispetto a tenere i soldi su un normale conto corrente. Il più famoso conto di deposito è probabilmente il Conto Arancio.

La tassazione è cambiata innumerevoli volte, anche a distanza di pochi mesi fra un regime e il successivo, ed è diventato nel tempo il bancomat preferito dai governi… Nella versione più recente, risalente al 1° luglio 2014, è previsto un bollo annuale dello 0.2% sul deposito più una tassazione al 26% .

I conti di deposito sono garantiti dal fondo interbancario di tutela depositi.

2. Investire nei libretti postali

Molto simile al libretto risparmio emesso dalle banche, il libretto postale ha come unica differenza il fatto che è tutelato dalla Cassa Depositi e Prestiti spa, e quindi sono garantiti dallo stato e godono, inoltre, della impignorabilità!

Come avviene per i libretti di risparmio e i conti di deposito, la tassazione prevede un’imposta di bollo dello 0,2% e una tassa sui profitti del 26%.

Mentre nel passato erano degli strumenti finanziari di sicuro interesse, visto la grande stabilità economica del nostro paese e la bassa tassazione che vi era applicata, a cui si sommava anche un interesse annuo interessante, oggi l’alta tassazione e il bassissimo interesse annuale li rendono inutili se non controproducenti.

Nel 2016, ad esempio, il tasso di interesse di un libretto postale ammontava a solo 0,1% annuo. Questo significa, che un risparmio di 10.000 euro ha reso solo 10 euro contro una spesa di mantenimento di 20 euro di solo bollo a cui si sommano altri 2,60 euro di tassa sui profitti. Cioè chi vi ha aderito ha perso, in pratica, 12,60 euro!

Ormai il libretto postale è da considerare come un semplice deposito temporaneo, al fine di evitare eventuali pignoramenti in caso si abbia una situazione personale in cui questa tutela può essere fondamentale.

3. Investire nei buoni fruttiferi postali

Altro tipo di investimento postale, molto simile al libretto postale è il buono fruttifero che ha il vantaggio di una fiscalità più agevolata. Essa dipende dalla data di stipula del BFP stesso ed è salita nel tempo.

Per quelli emessi prima del 1986 non vi è ritenuta fiscale. Invece per quelli emessi dal ’86 al ’87 vi è una ritenuta del 6,25%, dopo il 1987 la ritenuta è del 12,50%. Quindi molto meno del 26% che invece grava su tutti gli altri tipi di investimenti “garantiti”.

Anche i buoni fruttiferi sono soggetti a imposta di bollo del 0,2%, ma almeno non si paga per i depositi fino a 5.000 euro.

Ne esistono di vario tipo che differiscono dal tipo di tasso applicato, dal momento di riconoscimento del rendimento, dal tipo di investitore (privato, azienda, minorenne o maggiorenne, eccetera).

4. Investire nei certificati di deposito

Sono dei titoli che vincolano un capitale per una durata predeterminata, che in genere varia tra i 3 mesi e i 5 anni, e hanno la possibilità di essere trasferiti da un soggetto a un altro.

Il certificato di deposito non è rimborsabile nei primi 18 mesi si contratto: quindi non è rimborsabile nessun certificato che ha durata minore o uguale a 18 mesi, e nei primi 18 mesi per quelli che durano di più. Pertanto questo fa sorgere un problema, detto rischio di liquidità.

Tuttavia può essere ceduto l’intero certificato ad altro soggetto, permettendo così di fuoriuscire dall’investimento, ma occorre trovare un acquirente. Ovviamente il problema principale in questo caso è il cosiddetto rischio di tasso, visto che esso fornisce un tasso predeterminato ma nel mercato potrebbe presentarsi un tasso più agevolato che renderebbe impossibile da piazzare il titolo.

Nel caso di titoli cartacei, oggi quasi totalmente in disuso, c’è anche il rischio di furto o di distruzione accidentale del titolo stesso. Inoltre, vi è anche un rischio di fallimento o insolvibilità dell’ente emittente.

Hanno la tassazione classica e quindi molto alta. Visto il funzionamento similare alle obbligazioni questa forma di investimento è sostanzialmente passata di moda. Anche in questo caso, comunque, vi è la garanzia del fondo interbancario sui depositi.

Purtroppo gli investimenti postali non sono di certo gli strumenti adatti per incrementare la propria ricchezza e, al più, vanno bene per deposito momentaneo di capitali in attesa di investimenti più interessanti da altre parti.

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