Tutto quello che devi sapere sul TFR ma che nessuno ti dice

Questo sito parla di investimenti in generale e di come investire al meglio i propri soldi tuttavia, tra le domande che mi vengono fatte sempre più spesso in via privata, moltissime riguardano per lo più il TFR, meglio noto come trattamento di fine rapporto.

Il TFR consiste in una retribuzione salariale differita, versata dal datore di lavoro nel momento in cui il rapporto lavorativo si interrompe. Pertanto, esso può essere percepito normalmente in 4 occasioni tipiche:

  • Dimissioni: cioè quando decidi di lasciare volontariamente un posto di lavoro, sia perché hai trovato qualcosa di meglio sia che decidi di lasciarlo per qualunque altro motivo. In definitiva, in questo caso, te lo devono dare sempre e senza fare storie!
  • Licenziamento: in pratica quando, per qualsiasi motivo, il datore di lavoro decide di licenziarti.
  • Licenziamento collettivo: in questo caso si intende il licenziamento per chiusura dell’azienda, oppure per ridimensionamento del personale. Anche in questo caso l’azienda ti dovrà elargire il TFR come liquidazione finale del rapporto lavorativo.
  • Pensionamento: è il caso più comune e, come facilmente intuibile, consiste pienamente in una cessazione del rapporto di lavoro. Di conseguenza, il datore di lavoro dovrà versarti il TFR come buonuscita.

Dopo aver visto brevemente cos’è il TFR, qui di seguito elenco gli argomenti più gettonati nelle e-mail che ho ricevuto. In questo modo, cercherò di dare una risposta quanto più esauriente possibile alle varie questione che spesso vengono sollevate da chi mi fa domande su questa tematica…

=> Calcolo del TFR

Esso si calcola a partire dalla retribuzione annua lorda – cioè da tutti gli stipendi lordi compresi tredicesime, quattordicesime, premi produzione e quant’altro si assomma per formare la retribuzione aziendale alla conclusione dell’anno fiscale – e può essere versato dalla tua azienda con una cadenza mensile, trimestrale, semestrale o annuale (in base alla procedura contabile usata dall’azienda).
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Tuttavia, anche se l’azienda (o lo Stato nel caso di pubblico impiego) può utilizzare diverse cadenze per i versamenti, dal punto di vista del lavoratore esso è da considerare mensile con attribuzione al quindicesimo giorno del mese. In pratica se lavori per almeno 15 giorni, durante il primo o l’ultimo mese di impiego, il trattamento di fine rapporto ti viene considerato per intero.

A questo punto prendi la retribuzione annua lorda e la dividi per 13,5 che, ti anticipo immediatamente, fa il 7,41%. A questa percentuale devi poi sottrarre uno 0,5% che preleva in automatico l’INPS come versamento pensionistico. In pratica, ciò che effettivamente viene utilizzato per la formazione del TFR è il 6,91%.

A questo 6,91% annuo della retribuzione lorda, per ogni anno di lavoro integralmente effettuato, si aggiungono gli anni frazionati compiuti nel primo e nell’ultimo anno di rapporto lavorativo (tranne che per coincidenza il primo giorno di impiego non corrisponda al primo gennaio e l’ultimo al trentuno dicembre). Cioè, il 6,91% va diviso per 12 e moltiplicato per i mesi compiuti, tenendo conto del discorso sui mesi frazionati che ho scritto poc’anzi.

Fino al 31/12/2006 il TFR era gestito dalle aziende che lo contabilizzavano nelle buste paga in modo virtuale ma, nei fatti, se lo tenevano ben stretto nel loro conto corrente. Per non fargli perdere valore nel tempo veniva incrementato di un’interesse annuale, calcolato con la seguente formula:

1,5%+(0,75*Inflazione_ISTAT)

Quindi, se l’ISTAT dichiarava un’inflazione dei prezzi al consumo del 3% nell’anno 2005, il montante del TFR accumulato dal lavoratore fino al 2004 veniva incrementato di una percentuale pari a 1,5%+(0,75*3%) che fa 1,5%+2,25% e cioè 3,75%.

In pratica, ammettiamo che nel 2005 la retribuzione lorda fosse stata di 30.000 € e che fino a quel momento il montante del TFR fosse arrivato al 25.000 €. Nel 2005 si sarebbero aggiunti gli interessi del 3,75% (stavo facendo l’esempio dell’inflazione al 3%) che porta il montante a 25.937,50 €, a cui si aggiunge il TFR dell’anno 2005 che è di 2.073 € e porta il montante a 28.010,50 €.

Se poi l’anno successivo si fosse verificata un’inflazione del 2%, fermo-restando 30.000 € di retribuzione lorda, il montante sarebbe dapprima incrementato del 3% (cioè 1,5%+0,75*2%), che porta i 28.010,50 € a 28.850,81 € e poi si aggiunge il TFR maturato durante l’anno…e cosi via.

Ovviamente, la formula per il calcolo del TFR è valida sia per i lavoratori dipendenti privati che per i dipendenti pubblici. Tuttavia, le cose sono cambiate a partire dal 01/01/2007.  Infatti, a partire dal 2007 è partita la legge sulla gestione complementare del TFR.

Mentre prima non si aveva scelta e il TFR rimaneva per forze di cose in azienda, da quel giorno ogni dipendente ha potuto fare una scelta. La scelta dipende dal tipo di azienda in cui lavori.

=> Aziende con meno di 50 dipendenti

In questo caso, si sono dati 6 mesi al dipendente per effettuare una scelta tra:

  • Silenzio assenso
    In questo caso il TFR viene automaticamente dato in gestione all’INPS e viene tolto dalla gestione aziendale. Per chi invece è stato assunto dopo il primo gennaio 2007, la scelta deve essere effettuata comunque entro i primi 6 mesi di impiego. Attenzione! Con la regola del silenzio assenso si intende che, se non fai nessuna scelta, il TFR lo gestisce in automatico l’INPS e quindi non rimane in azienda come molti pensano erroneamente. Cioè lo stato reputa che chi sta zitto sta scegliendo di non scegliere, non è che perché non fai niente o non dici niente allora tutto rimane com’è…
  • Lasciarlo esplicitamente in azienda
    In pratica, si sottoscrive un documento in cui lasci deliberatamente il tuo TFR all’azienda e, in questo caso, il calcolo del rendimento è quello che hai visto poc’anzi. E’ bene sapere che, se decidi di lasciare il tuo TFR in azienda, puoi in qualunque momento decidere di spostarlo a una gestione privata. Viceversa, se scegli la gestione privata non puoi più tornare indietro. Al massimo potrai spostare il TFR da un gestore ad un altro, ma esso non tornerà più in mano all’azienda. Con questo sistema lo Stato si è assicurato il cosiddetto effetto imbuto, che canalizza nel tempo tutta la gestione dei TFR verso i gestori privati. Questo perché sa già che in futuro le pensioni saranno molto più basse di quelle attuali e cerca di salvaguardare il reddito dei futuri pensionati senza dare scandalo. Già da questo si può capire come poco rosea è la previsione sul futuro economico degli italiani…
  • Gestione privata TFR
    Qui il discorso si fa più articolato, infatti, esistono diverse possibilità:
  1. Lasciare il TFR all’INPS
    In questo caso va nel fondo dell’INPS, il quale gestisce tutte le liquidazioni in un grande calderone comune. Ci sono vantaggi e svantaggi in questo tipo di scelta. I vantaggi derivano soprattutto da situazioni che possono costringerti a chiedere un anticipo e da una minore tassazione. Gli svantaggi derivano dal fatto che i rendimenti sono più bassi rispetto ad altri tipi di gestione private.
  2. Fondo di categoria aperto
    Ogni categoria di dipendenti ha uno o più fondi di categoria. Ad esempio i metalmeccanici hanno il “Fondo Cometa”, i commerciali hanno il “Fondo FONTE” eccetera. Anche in questo caso ci sono vantaggi e svantaggi. I vantaggi sono quelli visti per il TFR gestito dall’INPS, gli svantaggi sono che, essendo un paniere dove confluiscono lavoratori a cui possono mancare anche solo pochi anni alla pensione, ovviamente il fondo tende ad essere con gestione molto cauta e quindi ha bassi tassi di interesse. Un’altra cosa da aggiungere è che, se si procede con il cosiddetto silenzio assenso visto prima, e l’azienda ha già scelto di non voler gestire autonomamente le liquidazioni, allora il tuo trattamento di fine rapporto, invece di andare al fondo dell’INPS, andrà in uno di categoria. Se c’è n’è più di uno, andrà in quello con più iscritti.
  • Fondi privati “chiusi”
    Sono fondi gestiti da banche o società di assicurazioni, che prevedono un accantonamento di quote di un fondo comune di investimento. Questo fondo può essere con gestione più o meno personalizzabile. Ci sono fondi totalmente obbligazionari, fondi totalmente azionari e fondi che investono anche in materie prime e titoli di paesi emergenti. Si può anche scegliere (spesso) la composizione della propria gestione dicendo in che percentuale si vuole investire in azioni, in che percentuale in obbligazioni e così via. Questo perché spesso utilizzano il meccanismo dei cosiddetti fondi di fondi. Anche in questo caso ci sono pro e contro. Fra i lati positivi c’è sicuramente il fatto che il fondo è praticamente nominativo e quindi i soldi non sono inseriti dentro un grosso calderone comune. Ciò permette di puntare su profili di investimento studiati per le tue esigenze e ciò si traduce (se è stato pianificato bene il tutto) in rendimenti superiori alle altre soluzioni. Nei lati negativi c’è da dire che, siccome sono costituiti da fondi di fondi, essi tendono ad avere costi di gestione più alti, in genere in linea con il massimo di legge che è del 3% annuo sull’accantonamento effettivamente versato.

=> Aziende con più di 50 dipendenti

In aziende con più di 50 dipendenti non è più possibile lasciare il TFR in azienda, neppure facendone esplicita richiesta. Esso verrà diretto ad un fondo aperto di categoria, con le medesime opzioni che ho scritto riguardo alle aziende con meno di 50 dipendenti. Ovviamente rimane sempre la scelta di un fondo privato chiuso, per la gestione della propria liquidazione…

Dal punto di vista aziendale, l’ammanco dei soldi destinati al pagamento immediato delle liquidazioni viene compensato da un apposito taglio del cuneo fiscale e dalla possibilità di accedere a delle fideiussioni bancarie garantite dallo stato, per un ammontare uguale ai soldi che l’azienda ha sborsato in TFR verso l’esterno. Ovviamente anche le aziende più piccole possono accedere ai medesimi benefici, se decidono di far gestire il trattamento di fine rapporto esternamente.

Tra l’altro, dal punto di vista aziendale, liberarsi del TFR è una mossa molto vantaggiosa: infatti, siccome dall’inizio del terzo millennio l’inflazione è sempre stata molto bassa (inoltre l’adesione all’unione europea e all’euro fa si che essa rimanga bassa), il tasso di interesse che l’azienda deve corrispondere ai TFR dei propri dipendenti diventa un vero e proprio salasso!

Da quando esiste l’euro l’inflazione media in Italia è stata del 1,5%, ciò significa che il tasso di interesse sulle buonuscite è stato mediamente del 2,7%, cioè quasi il doppio della stessa inflazione. Ciò ha causato un debito crescente per l’azienda. Discorso diverso avveniva negli anni 80′ quando, a fronte di inflazioni a due cifre (ad esempio 16% annuo), il TFR maturava del 13,5% che era inferiore all’inflazione, cosa che faceva erodere la liquidazione a favore dell’azienda che così riduceva il suo debito nei confronti dei dipendenti.

Quindi, un’azienda gestita in modo accorto sicuramente tenderà a privilegiare l’opzione che porta il dipendente a scegliere fra una gestione privata. Così facendo, non si deve più occupare degli interessi passivi e può quindi pianificare meglio la gestione finanziaria dell’attività.

=> TFR dipendenti pubblici

Nel caso dei dipendenti pubblici le cose cambiano e non poco! Intanto le opzioni scendono da tre a una: infatti non puoi fare altro che lasciare il tuo TFR allo Stato, che te lo darà quando andrai in pensione.

Si è parlato molto sul motivo per cui le opportunità date ai dipendenti privati non siano state date anche ai pubblici ma, molto probabilmente, questo dipende dal fatto che essendoci una forte crisi economica lo Stato non può permettersi di elargire questa somma e preferisce segnarla virtualmente nella busta paga dei propri dipendenti, in modo da scucire i soldi solo quando non può farne a meno alla fine del rapporto di lavoro.

Altri pensano che sia per il fatto che gli statali vanno in pensione con la stessa paga di quando erano a lavoro, ma ti assicuro che non è vero! Vedrai, molto probabilmente nel prossimo futuro, come inizieranno grossi problemi anche per le retribuzioni e le pensioni degli ex dipendenti pubblici. E non è che ci saranno problemi in quanto c’è crisi o quant’altro; ci saranno problemi semplicemente perché è previsto un taglio delle assunzioni e questo comporterà un progressivo minor introito dell’INPS, il quale si tramuterà in decurtazioni progressive delle pensioni… Non sto facendo l’uccello del malaugurio, questa è solo matematica!

=> Anticipo TFR

La legge prevede che si possa richiedere un acconto del TFR per necessità, fermo-restando che essa sia dimostrata e che il rapporto lavorativo sia in corso da non meno di 8 anni. In ogni caso, l’anticipo massimo che puoi richiedere non potrà superare il 70% del TFR che hai accumulato.

L’importanza del motivo per cui puoi decidere di richiedere l’anticipo non sei tu a giudicarlo, ma esso deve far parte di uno dei seguenti:

  • Spese mediche per curare se stessi, il coniuge o i figli.
  • Acquisto della prima casa per sé o per i figli.
  • Ristrutturazione della prima casa.
  • Integrazione alla cassa integrazione per il mantenimento della famiglia.
  • Spese per la formazione professionale.

Se il tuo caso ricade in uno dei precedenti, allora puoi fare richiesta di anticipo TFR. Attenzione: il fatto che puoi fare richiesta non significa obbligatoriamente che esso ti sarà sicuramente accordato!

Infatti se il tuo TFR è rimasto in azienda, e comunque nella parte antecedente al 2007 (quando non era ancora prevista la pensione complementare), possono essere posti alcuni paletti a termine di legge.

L’azienda infatti può decidere di elargire un massimo del 10% del monte TFR totale dei dipendenti. Ciò significa che se ha in bilancio 100.000 € di TFR e durante l’anno, prima della tua richiesta, ha già avuto richieste per una cifra pari a 10.000 €, può benissimo dirti che non ti da nessun anticipo!

Inoltre, sempre per legge, può appellarsi ad un altro limite che stabilisce che possono essere bocciate tutte le richieste eccedenti il 4% dei dipendenti all’anno. Ciò significa che se ha 50 dipendenti allora può accontentare anche solo 2 dipendenti, in quanto la terza richiesta sarà considerata eccedente…

Un ultimo caso in cui potresti riscontrare problemi è quello che dice che le aziende in cassa integrazione guadagni, oppure quelle con in corso un fallimento, possono non dare gli anticipi a nessuno dei propri dipendenti.

Capisci bene, quindi, che lasciare il TFR in azienda può comportare notevoli problemi nel caso, per qualunque motivo di necessità anche se prevista dalla legge, ti occorra un anticipo urgente per far fronte alle tue spese.

Per questo motivo e non solo, è sempre preferibile una gestione complementare che per lo meno ti permetterà di evitare tutti questi fastidiosissimi ostacoli fra te e il tuo denaro. Perché di questo, in definitiva, si tratta…

=> Tassazione TFR

Un’altra delle domande più gettonate è sicuramente quella sulla tassazione del trattamento di fine rapporto. Vado subito al sodo e ti dico immediatamente che esistono due casi:

  1. Il TFR è gestito dall’azienda, o per lo meno per la parte rimasta in azienda.
  2. Il TFR deriva da una gestione complementare.

Bene, nel primo caso, cioè quello che effettivamente è rimasto in gestione all’azienda, ossia quello antecedente il 2007 e quello successivo a tale anno che si è voluto lasciare all’azienda, viene tassato secondo i normali scaglioni di aliquota IRPEF come fosse un reddito annuale (scorporato da altri redditi).

In pratica, se hai accumulato 50.000 € di TFR, esso verrà tassato in base alle aliquote IRPEF previste nell’anno in cui esso ti verrà versato. In realtà, fino al 31/12/2012 veniva tassato con le aliquote più convenienti tra quelle del 01/01/2007 e quella dell’anno di effettiva riscossione. Tuttavia, con la legge di stabilità introdotta dal Governo Monti, la vecchia legge che prevedeva l’aliquota più bassa tra le due è stata tolta e quindi adesso si pagano le tasse secondo normali scaglioni.

Nel secondo caso invece si paga una tassazione agevolata che può oscillare tra il 15% ed il 9%, la quale dipende da quanti anni si è effettivamente utilizzata la gestione complementare. Fino al quindicesimo anno di gestione la tassazione è del 15%; dopo di che, per ogni anno aggiuntivo, essa scende dello 0,3% fino al trentacinquesimo anno in cui giunge al 9%. Da lì in poi rimane al 9%.

Ovvio che c’è una bella differenza fra una trattenuta di non meno del 23% prevista dall’IRPEF, rispetto al 15/9% previsti per i TFR con gestione complementare. Questo, di fatto, è uno dei motivi principali per cui è meglio aderire alla gestione separata del TFR.

=> Che cosa fare per una migliore rivalutazione del TFR?

Bella domanda! Ovviamente dipende da diversi fattori, tutti egualmente importanti. Per prima cosa bisogna considerare quanto tempo ti manca per andare in pensione. Infatti, la situazione cambia radicalmente all’aumentare degli anni di lavoro ancora da svolgere.

Se ti mancano pochi anni, allora è sempre preferibile lasciare il TFR in azienda, dove è possibile farlo, in quanto il tasso di interesse che devono riconoscerti su archi temporali brevi, diciamo sotto i 7/8 anni, è maggiore delle prestazioni che un fondo pensione – sia aperto che chiuso – può garantirti per la stessa durata.

Se invece mancano molto più di 7/8 anni al pensionamento, allora si fa via via più conveniente la scelta della pensione complementare. Diciamo che fra gli 8 e i 15 anni dal pensionamento potrebbe essere la scelta migliore aderire al fondo di categoria. Infatti, anche se esso ha un bilanciamento molo sicuro a bassa resa, c’è da considerare che il costo di esercizio è inferiore a una gestione privata e quindi i mancati rendimenti si bilanciano con i costi minori.

Inoltre, i fondi di categoria sono spesso accompagnati da un piccolo contributo inserito dall’azienda stessa che in genere inserisce qualche decina di euro in più all’anno nel fondo a chi vi aderisce, cosa che permette di migliorarne la resa.

Su archi temporali più lunghi è sicuramente da preferire la gestione privata e personalizzata, cosa che permette di adottare in una fase iniziale un fondo azionario e passare solo in un secondo tempo a una gestione bilanciata o totalmente obbligazionaria. I costi sono più alti ma, nel tempo, i rendimenti dovrebbero essere notevolmente migliori.

Altra cosa da considerare, quando si decide di lasciare il TFR in azienda, è sicuramente quella di analizzare gli elementi di contorno dell’azienda stessa. E’ un’azienda sana o palesa dei problemi? E’ previsto un futuro roseo o incerto? Pensi possa esserci un cambio di gestione che potrebbe creare problemi (mi riferisco a passaggi di azienda da padre in gamba a figlio scemo e via discorrendo), o tutto è previsto che fili liscio?

Non ultimo dovresti considerare cosa l’azienda ha fatto per te! Se essa ti ha permesso di crescere professionalmente, ti ha dato promozioni quando le meritavi, ti ha dato soddisfazioni professionali e quant’altro, allora forse, anche se per le considerazioni sui rendimenti che ho fatto in precedenza non conviene, potresti comunque, come forma di rispetto, lasciare la tua liquidazione in azienda (tranne che il titolare non ti faccia capire che è meglio che la dirotti da un’altra parte).

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